Consigli di (ri)lettura: Il significato dell’8 settembre, tratto dal libro di Elena Aga Rossi, “Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze”, il Mulino, Bologna 2006, pp. 197-200

“Gli avvenimenti del settembre 1943 dimostrano che vent’anni di regime totalitario avevano annullato ogni capacità della classe dirigente, e particolarmente dei quadri militari italiani, di assumere responsabilità e prendere decisioni. Costituiscono anche la prova evidente dell’inadeguatezza della monarchia di fronte al grave compito di guidare il Paese fuori e oltre l’esperienza fascista. Qualunque sia il giudizio sulla classe dirigente che decise l’uscita dell’Italia dal conflitto, non vi poteva essere un’altra soluzione e la scelta di distaccarsi dalla Germania ebbe un’importanza fondamentale per il futuro dell’Italia.

Il Paese uscì dalla guerra sconfitto, ma senza il marchio di aver sostenuto il regime fascista fino alla fine. […] La questione che suscita ancora oggi prese di posizione discordi è se era legittimo e possibile per l’Italia attuare un cambiamento di fronte e combattere contro l’ex alleato. Mi riferisco all’accusa di tradimento che Hitler e i fascisti della Repubblica sociale rivolsero contro il governo e la monarchia, accusa cui forse il re e i comandi italiani – essi stessi vittime della stessa logica aberrante – cercarono di sottrarsi quando diedero l’ordine di non attaccare i tedeschi per primi e che rimane ancora presente, anche se non espressa, a livello di una certa opinione pubblica. Secondo questo punto di vista l’Italia sarebbe uscita con un’immagine migliore dal conflitto se avesse combattuto fino alla fine, perché il comportamento del Paese l’8 settembre e nelle settimane successive fu umiliante per la dignità nazionale e guadagnò al Paese il disprezzo internazionale. Questa opinione considera l’alleanza italotedesca come un’alleanza tradizionale, e prescinde del tutto dal fatto che l’Italia aveva seguito la Germania nazista in una guerra che aveva assunto sempre più il significato dell’imposizione di un ordine fondato sulla supremazia razziale del popolo tedesco, sullo sterminio degli ebrei e sulla distruzione di intere nazioni. Continuare fino alla fine avrebbe voluto dire condividere le finalità della guerra di Hitler.

Anche volendo prescindere non solo dal tipo di alleanza in cui l’Italia era coinvolta, ma anche dal diritto di qualunque nazione di uscire da un conflitto dopo « aver perso ogni capacità di resistenza» – come si espresse Badoglio nel messaggio inviato a Hitler la sera dell’8 settembre – per evitare la totale distruzione, resta il fatto che l’idea del “tradimento” distorce la realtà storica. La Germania considerava già da tempo l’Italia un Paese satellite, che doveva servire gli interessi tedeschi e non quelli nazionali, anche a costo di un’occupazione del suo territorio e dell’arresto del suo governo, e riuscì a farsi obbedire fino all’estremo limite. Ci si deve domandare non se il governo Badoglio agi correttamente decidendo di arrendersi, ma perché si perse tanto tempo prezioso, perché non si reagì quando venne violata l’integrità territoriale e si tardò fino a quando l’Italia era ormai un Paese occupato. D’altra parte la “lealtà” di Badoglio nei confronti dell’ex alleato – spinta fino a non dare gli ordini di attaccare i tedeschi – fu ripagata dal disarmo dell’esercito italiano e dalla fucilazione di quelli che osavano resistere e disobbedire. I tedeschi – constatata l’inadeguatezza delle forze italiane a resistere a un’offensiva sul loro territorio, denunciata dai comandi italiani e dallo stesso Mussolini – prepararono i piani per occupare il Paese e disarmare l’esercito italiano, quando Mussolini era ancora al potere, e li perfezionarono subito dopo il 25 luglio, prima che il governo Badoglio stabilisse contatti con gli angloamericani.

Sono questi gli elementi su cui alcuni storici tedeschi si sono fondati per ribaltare l’accusa fatta allora dai nazifascisti e sostenere che vi fu non un tradimento italiano ma un “tradimento tedesco”. Il modo nel quale avvenne la fuga del re e del governo da Roma al momento dell’armistizio e la mancanza di leadership dimostrata in quel momento cruciale furono probabilmente determinanti nel far prevalere il voto antimonarchico al referendum del 1946. I costi del crollo dell’autorità statale in quel momento sono stati pagati dall’intero popolo italiano. Anche se le forze armate continuarono a mantenere la propria lealtà alla monarchia – e lo dimostrarono con il loro comportamento gli internati militari in Germania che rifiutarono di sconfessare il giuramento fatto al re – la popolazione perse la fiducia nel sovrano che aveva dimostrato all’indomani del 25 luglio. Se con la deposizione di Mussolini Vittorio Emanuele III sembrava aver fatto dimenticare la sua connivenza con il fascismo, il consenso e l’unità nazionale si spezzarono con l’8 settembre.

La scelta di un netto distacco dal passato, che il re non era riuscito a fare ricadde sull’intera popolazione. La maggioranza mantenne l’atteggiamento attendista, che aveva, caratterizzato gli ultimi anni di guerra, cercando di sopravvivere fino alla conclusione del conflitto, e solo una minoranza rispose al richiamo del rinato partito fascista all’”onore della patria” e alla fedeltà all’alleanza con la Germania, ormai attestati come forza di occupazione nel Paese. L’8 settembre costituì però anche un importante punto di svolta perché il vuoto di potere venutosi a creare con il tracollo di tutta una classe dirigente costrinse una parte della popolazione a fare un bilancio del disastro cui il regime aveva portato il Paese.

Nei giorni e nelle settimane che seguirono molti italiani furono costretti a prendere una posizione, a fare una scelta tra le due parti in lotta.

I leader dell’opposizione antifascista, che durante i quarantacinque giorni avevano accelerato il processo di riorganizzazione dei loro partiti, lo stesso 9 settembre dettero vita a Roma al Comitato di liberazione nazionale, ma anche molti che fino a quel momento avevano appoggiato il regime fascista, di fronte all’occupazione tedesca sentirono l’esigenza di reagire, la necessità di un rinnovamento nazionale, che avrebbe trovato 1’espressione più ampia nell’adesione al movimento di resistenza”.