Il Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale di Parma e provincia (CIAC) critica il provvedimento approvato dal Governo. Si tratta di un’a “Operazione elettorale che punisce i bambini e le loro famiglie”.“L’integrazione non si costruisce per decreto, imponendo limiti di partecipazione. Si costruisce coinvolgendo le comunità”,
(Fonte. CIAC, 26 settembre 2026).
Il decreto sulla scuola approvato dal Consiglio dei ministri viene duramente criticato da Ciac Parma, che definisce il provvedimento un’“operazione elettorale” che, secondo l’associazione, rischia di penalizzare bambini stranieri e famiglie invece di favorirne l’integrazione.
“La misura è demagogica e sfrutta la paura del diverso per raccogliere consenso elettorale sulla pelle dei bambini stranieri e delle loro famiglie”, sostiene Ciac in una nota diffusa il 26 settembre.
L’associazione pone l’accento in particolare sulla distanza tra gli obiettivi dichiarati dal provvedimento e le risorse concretamente disponibili per favorire l’apprendimento della lingua italiana. Un esempio, secondo Ciac, è rappresentato dai Cpia, i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti.
In Emilia-Romagna, nell’anno scolastico 2024/25, sarebbero state presentate circa 45mila domande di iscrizione ai 12 Cpia regionali, a fronte di circa 8mila persone in lista d’attesa. Si tratta, sottolinea l’associazione, di persone che necessitano di percorsi di apprendimento dell’italiano anche in relazione agli adempimenti previsti per il permesso di soggiorno di lungo periodo e per la cittadinanza.
Per il Ciac, il problema riguarda quindi anche l’accessibilità concreta dei servizi. “Un diritto che la legge impone diventa così, di fatto, inaccessibile”, afferma l’associazione, richiamando l’articolo 3 della Costituzione e il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale.
L’associazione porta quindi l’attenzione sulla propria esperienza con la scuola di italiano di Ciac a Parma, frequentata ogni giorno da centinaia di persone migranti con diversi livelli di conoscenza della lingua. I percorsi, spiega Ciac, non si limitano all’insegnamento dell’italiano, ma comprendono anche attività di cittadinanza attiva e conoscenza del territorio.
“L’integrazione non si costruisce per decreto, imponendo limiti di partecipazione. Si costruisce coinvolgendo le comunità”, sostiene l’associazione, secondo cui imparare la lingua attraverso esperienze condivise consente anche di conoscere i servizi e la vita della città.
Ciac sottolinea però che il terzo settore non può sostituirsi allo Stato nella garanzia dei diritti. “La scuola pubblica è un pilastro della democrazia: va rafforzata, non piegata a un uso strumentale delle paure delle persone”, conclude l’associazione.
“La scuola pubblica, invero, quale luogo non solo di trasmissione del sapere ma di educazione delle nuove generazioni, è chiamata a favorire l’espressione di una pluralità di orientamenti ideali, culturali, religiosi. È, in effetti, alla scuola statale, la cui presenza è espressione di un dovere da parte dello Stato ancorato all’ art. 33 Cost., comma 2, che si richiede di attingere ad orizzonti culturali aperti, inclusivi, plurali, capaci di restituire la ricchezza delle istanze presenti all’interno della società. Non solo: come chiarito dalla giurisprudenza costituzionale, statuendo che la scuola è “aperta a tutti” (art. 34 Cost., primo comma), la Costituzione “pone un principio nel quale la basilare garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” apprestata dall’art. 2 Cost. trova espressione in riferimento a quella formazione sociale che è la comunità scolastica. L’art. 2 poi, si raccorda e si integra con l’altra norma, pure fondamentale, di cui all’art. 3, secondo comma, che richiede il superamento delle sperequazioni di situazioni sia economiche che sociali suscettibili di ostacolare il pieno sviluppo delle persone dei cittadini”.
Non si può, invero, trascurare che “tra i tutti di cui parla la Costituzione vi sono (…) coloro che nella nostra società sono emarginati e vivono una situazione di povertà, svantaggio, discriminazione, esclusione, segregazione” e per i quali la scuola costituisce “lo strumento principale – e in alcuni casi l’unico, almeno alla loro età – per abbattere quegli ostacoli che, secondo l’art. 3, comma 2, della nostra Costituzione, precludono lo sviluppo della personalità di ciascuno”.
Se, allora, con la definizione della scuola aperta a tutti, i Costituenti “hanno impresso in Costituzione un principio che ha contribuito alla determinazione di un programma di sviluppo della scuola atto a consentire in modo sempre più pieno quello “sviluppo della persona umana” che proprio nell’istruzione ha la sua massima possibilità di realizzazione”, è in questa prospettiva che le misure di inclusione scolastica degli alunni stranieri dovrebbero sempre collocarsi.
In tal modo, tanto attraverso l’apprendimento della lingua, quanto con l’avvio e lo sviluppo di attività di educazione interculturale, la possibilità di una crescita personale di ciascun alunno nella comunità scolastica si inquadrerebbe, così, in un’ottica promozionale e di valorizzazione della persona umana, quale fine ultimo a cui un modello di scuola costituzionalmente orientato dovrebbe sempre tendere”[1].
[1] C. Galbersanini, Alcune osservazioni sul tema dell’inclusione scolastica degli alunni stranieri alla luce dell’art. 11 del decreto legge n. 71 del 31 maggio 2024, in Osservatorio costituzionale, 3/2025
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