di Gianni Arrigo
La sfiducia ed il minor consenso dei cittadini verso gli eletti e i governi non si traducono necessariamente in una instabilità politica o in una crisi dell’esecutivo.
Scarsa fiducia e minor consenso sociale possono, di fatto, convivere con una “stabilità” di governo intesa come continuità nel tempo degli esecutivi in carica, elemento che i cd. ‘leader’ (e i cd. ‘premier’) non mancano di ostentare con soddisfazione (“orgoglio” è la parola più ricorrente) quando rappresentano la permanenza in carica dell’esecutivo come un valore in sé, non come strumento ma come fine, non importa se il governo stabile e longevo non abbia prodotto risultati positivi sul piano economico e sociale, se sia stato poco influente sulla scena internazionale, se non abbia agito a favore della pace, della sicurezza e della protezione dei diritti umani.
“Primum vivere”, insomma.
Stabilità formale del governo da agitare come un feticcio contro manifestazioni di protesta dei cittadini verso le politiche dell’esecutivo, il quale per recuperare consensi, soprattutto tra i suoi elettori, ricorre ai vecchi arnesi del “populismo punitivo”, trasformando in reati comportamenti che non di rado hanno a che fare con la protesta, il disagio e la marginalità sociale.
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