
”[…] È passato poco più di un anno dalla Liberazione. L’Italia è un paese sconfitto e gli alleati la tengono sotto stretta osservazione. La giovane democrazia italiana deve scegliere quale direzione vuole prendere: mantenere la forma monarchica, affidando ancora il vertice dello Stato ai Savoia, oppure imboccare la strada della Repubblica.
All’inizio del 1946 i partiti stabiliscono di affidare la decisione agli elettori. Il 2 giugno i cittadini italiani saranno convocati alle urne per decidere con un referendum se l’Italia sarà repubblicana o monarchica.
Dovranno anche eleggere l’Assemblea Costituente, che avrà il compito di scrivere la nuova Costituzione italiana. Il ricorso al referendum si impone per varie ragioni. Innanzitutto perché il Paese è profondamente spaccato, anche geograficamente. Il Nord è nettamente in favore della Repubblica, al Sud la presenza monarchica è molto forte. Ma le divisioni riguardano anche i partiti. Nella Dc la classe dirigente è per lo più repubblicana mentre l’elettorato propende per la monarchia.
I partiti di sinistra sono invece schierati per la Repubblica. Un accordo non è facile.
Meglio evitare scelte dall’alto e dare la parola agli elettori. La campagna elettorale vede le piazze riempirsi dei sostenitori dei due schieramenti. Il clima si riscalda, ma non ci sono incidenti. I fautori della Repubblica imputano a Vittorio Emanuele III non solo l’ascesa del fascismo ma anche la fuga da Roma dopo l’armistizio. I monarchici rispondono sostenendo che la Repubblica è “un salto nel buio”. Il vecchio re compie una mossa a sorpresa: il 9 maggio abdica e lascia il trono al figlio Umberto, meno screditato nei rapporti con il fascismo e ben accetto agli angloamericani. I fautori della Repubblica rispondono con grandi manifestazioni di piazza nelle grandi città.
La Dc non dà alcuna indicazione di voto. Per la prima volta dopo gli anni della dittatura gli italiani discutono, si informano, si dividono per una scelta che è interamente nelle loro mani.
Le urne si aprono la mattina di domenica 2 giugno alle 7. I seggi chiudono alle 13 del giorno dopo. Gli aventi diritto sono 28 milioni, a recarsi nei seggi sono quasi 25 milioni di elettori. Metà sono donne: è la prima volta, in Italia. Alcune di esse hanno votato già qualche mese prima, nelle elezioni amministrative di marzo che avevano riguardato circa 400 comuni. Ma il 2 giugno sono tutte le elettrici italiane a essere chiamate a esprimersi. Le fotografie di quelle due giornate testimoniano l’emozione e la curiosità per questa svolta epocale: operaie, contadine, casalinghe, celebrità, l’onda rosa riempie i seggi e dà nuova linfa alla democrazia. I monarchici contano molto sul voto femminile, ma alla fine la maggiore propensione delle donne per casa Savoia, se mai esiste, non fa la differenza.
Vanno a votare tutti i leader politici. C’è Alcide De Gasperi, segretario della Dc e presidente del consiglio, che non ha voluto schierare il partito. Battagliero fino in fondo il leader dei socialisti Pietro Nenni, che ha coniato lo slogan “Repubblica o caos”. Vanno a votare anche re Umberto e sua moglie la regina Maria Josè. Ai seggi tutto procede senza polemiche. Durante la campagna elettorale i monarchici hanno protestato perché il simbolo che raffigura la Repubblica è quello di una testa femminile con una corona turrita: sostengono che potrebbe indurre in errore gli elettori analfabeti (nel 1946 sono ancora molti) che vogliono votare per la monarchia. Ma il simbolo non viene cambiato, anche perché quello scelto dai monarchici è inequivocabile: lo stemma sabaudo sopra il profilo dell’Italia.
Dalla chiusura delle urne alle 13 del il 3 giugno passano molti giorni prima che il risultato del referendum venga proclamato ufficialmente. Quindici, per l’esattezza. Lo spoglio è lento, la macchina elettorale non è ancora rodata. I verbali e le schede arrivano mano a mano nella sala della Lupa di Montecitorio, dove il conteggio avviene alla presenza dei vertici della Corte di Cassazione.
Già dalle prime ore sembra chiaro che la Repubblica ha avuto un maggior numero di voti. Le voci riferiscono che il ministro della Real Casa Falcone Lucifero avrebbe detto al re: “Prepariamoci al commiato”. Il cinque giugno trapelano i primi risultati informali, che danno una chiara vittoria alla Repubblica. Il giorno dopo i giornali escono con la notizia in prima pagina. “E’ nata la Repubblica Italiana”: una celebre foto mostra il primo piano di una ragazza radiosa che tiene alzata sul capo la prima pagina del Corriere della Sera che ha questo titolo.
Ma per i risultati definitivi i bisognerà attendere ancora. Il 10 giugno la Cassazione comunica i dati sui voti andati ai due schieramenti: la Repubblica ne ha avuti 12 milioni 717 923 (pari al 54,3 per cento) contro i 10.719 284 andati alla monarchia (45,7 per cento). Bisogna però ancora conteggiare le schede bianche ed esaminare i ricorsi presentati. Lo scarto è grande ma nel campo monarchico si parla apertamente di brogli. I ritardi nella proclamazione dei risultati alimentano queste voci. Non mancano scontri violenti tra monarchici e forze dell’ordine in diverse città. Nel frattempo Re Umberto resta al Quirinale: non intende muoversi fino a quando non arriverà la comunicazione ufficiale del risultato.
De Gasperi rompe gli indugi: convoca il consiglio dei ministri nella notte tra il 12 e il 13 giugno, il re viene dichiarato decaduto e lo stesso De Gasperi viene nominato capo provvisorio dello Stato. Umberto protesta, ma non segue i consigli di chi gli chiede di resistere a oltranza. C’è anche, tra i monarchici, chi vorrebbe la proclamazione di un regno nell’Italia del Sud. Ma Umberto non vuole la guerra civile e si rassegna: la mattina del 13 giugno, ”il re di maggio”, parte alla volta di Cascais, in Portogallo, in esilio.
Pochi giorni dopo, il 18 giugno alle ore 18, il presidente della Corte di Cassazione Giuseppe Pagano proclama a Montecitorio i risultati ufficiali e definitivi. L’Italia è una Repubblica.
(Fonte: mostra_ansa.pdf)
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