Al referendum del 23 giugno 2016 il Leave vince con il 51,9%, contro il  48,1% di favorevoli al ‘Bremain’. La scommessa del primo ministro David Cameron, che aveva voluto il referendum per sconfiggere e mettere a tacere una volta per tutte l’ala euroscettica dei Tories, che gli faceva la fronda, si rivela un clamoroso autogol. Lo stesso 24 giugno, Cameron annuncia le proprie dimissioni, che diverranno effettive il 13 luglio 2016.

Nel giugno di dieci anni fa, quando passò il referendum su Brexit, i leader dei partiti di destra radicale europei esultarono. In molti proposero di imitare l’esempio del Regno Unito e indire un referendum con l’obiettivo esplicito di uscire dall’Unione Europea. Qualcuno ipotizzò che l’Unione Europea non sarebbe sopravvissuta a questa eventuale serie di referendum.

Per limitare un primo campionario all’Italia, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni la definì una «scelta coraggiosa» contro l’Unione che «non si può riformare perché è marcia nelle fondamenta». Il leghista Matteo Salvini parlò di «un gran bel giorno» e si augurò che «l’Italia non sia l’ultima a scendere da questa nave che affonda», prima di chiudere la conferenza stampa facendo il dito medio ai fotografi e, metaforicamente, ai burocrati europei.

Ma più in generale commentarono la notizia in maniera entusiasta la destra nazionalista francese – Marine Le Pen paragonò l’importanza del referendum su Brexit alla caduta del muro di Berlino. e quella tedesca, olandese, danese, greca, fra le altre..

Oggi nessuno di questi partiti fa più campagna per uscire dall’Unione Europea. Né Meloni né Salvini né Le Pen si sognerebbero più di usare Brexit come esempio positivo o allettante per gli elettori.