
Giovedi scorso l’Assemblea nazionale cubana ha approvato all’unanimità oltre 175 provvedimenti che rappresentano il più vasto pacchetto di riforme economiche dalla vittoria di Fidel Castro. Le misure, sostenute dal presidente Miguel Díaz-Canel, dal primo ministro Manuel Marrero e dall’ex leader Raúl Castro, aprono spazi senza precedenti all’iniziativa privata e al capitale nazionale e straniero.
Le nuove norme consentiranno la trasformazione delle imprese statali in società commerciali con quote azionarie e partecipazioni di capitale, permetteranno l’ingresso di banche private nel sistema finanziario, autorizzeranno la vendita di proprietà statali a soggetti privati cubani e stranieri, compresi i cubani residenti all’estero, e ridurranno in modo significativo il ruolo dominante dello Stato nell’economia. Per la prima volta le imprese private potranno assumere oltre cento dipendenti e gestire contemporaneamente più attività economiche.
Si tratta di cambiamenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati incompatibili con il modello socialista cubano. Non a caso Manuel Marrero ha riconosciuto apertamente il mercato come “uno strumento per l’allocazione efficiente delle risorse”, una formulazione che segna una rottura ideologica significativa nella storia del Partito comunista cubano.
Le autorità dell’Avana insistono sul fatto che non vi sia alcun abbandono del socialismo. Díaz-Canel ha ribadito che l’obiettivo resta la costruzione di una società socialista sottoposta al “più lungo blocco della storia da parte della più grande potenza mondiale”. Secondo il presidente, le riforme sarebbero uno strumento per difendere il sistema e migliorare la qualità della vita della popolazione.
Tuttavia, dietro la retorica ufficiale emerge una realtà molto più complessa. La crisi economica ha raggiunto livelli che minacciano la stabilità sociale dell’isola. La produzione elettrica soddisfa appena una parte del fabbisogno nazionale a causa della carenza di combustibili. Senza petrolio importato, il sistema energetico funziona a capacità ridotta. Le interruzioni di corrente si moltiplicano, il trasporto pubblico è al collasso, la produzione industriale ristagna e l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto dei salari.
n questo contesto le riforme vengono presentate come una necessità. Ma la loro approvazione rappresenta anche il successo della corrente riformatrice guidata da Díaz-Canel contro le resistenze di una parte della burocrazia statale e di partito. Alcuni dei pilastri storici dell’economia rivoluzionaria, come il monopolio statale del commercio estero e la centralizzazione delle forze produttive, vengono di fatto smantellati.
Le riforme approvate sono abbastanza profonde da modificare significativamente l’economia dell’isola, ma probabilmente non abbastanza da convincere gli Stati Uniti ad allentare le sanzioni. Donald Trump ha accusato la leadership cubana di aver compiuto una manovra ingannevole e ha chiesto trasformazioni più profonde, soprattutto sul piano politico. In altre parole, non basta l’apertura al mercato. Trump pretende una resa complessiva del sistema politico cubano. Le minacce di possibili azioni militari sul modello di quelle ventilate contro il Venezuela mostrano come l’obiettivo statunitense non sia semplicemente la liberalizzazione economica, ma la fine dell’esperienza socialista cubana.
Se il blocco dovesse restare in vigore, soprattutto contro il potente conglomerato economico-militare Gaesa, difficilmente il capitale internazionale risponderà con investimenti massicci. Le trasformazioni inoltre potrebbero aumentare le disuguaglianze sociali e il peso del capitale privato senza la rimozione del blocco all’isola.
La rivoluzione nacque per sottrarre Cuba alla dipendenza economica e politica dagli Stati Uniti. Oggi, sotto la pressione di una crisi devastante e di un embargo che continua a strangolare il Paese, il rischio è che la ricerca della sopravvivenza conduca proprio nella direzione opposta: un progressivo adattamento alle logiche del mercato globale e del capitale privato. Un percorso che porta alla fine del progetto socialista cubano.
(Fonte: Pagine Esteri 22/06/2026, https://pagineesteri.it)
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