Oltre la rete. Articolo di Gianni Arrigo.

Pallavolo come arte dell’incontro. Affermano i testimoni che la partita che si giocò nella primavera del 1968, valida per la promozione alla massima serie del campionato di pallavolo maschile, non terminò al terzo fischio dell’arbitro ma proseguì a casa di Fabio Rocca, atleta più volte chiamato a vestire la maglia azzurra e “da sempre” giocatore e allenatore dei “VV.FF. Caramanna” di Palermo (già “Cannizzaro Conca d’Oro”), squadra in quell’occasione non vincente (termine più consono di ”perdente”). A casa di Fabio Rocca, tra sincere congratulazioni e oneste libagioni, ebbe luogo un “terzo incontro” tra la nobile formazione palermitana e quella allenata da Pippo Arrigo, vale a dire la “S.S. Lazio Pallavolo”.

“Pallavolo come arte dell’incontro”, direbbe Vinicius de Moraes.

La Lazio aveva guadagnato la gara di andata, che si era svolta a Roma, ma Fabio Rocca pensava onestamente di poter sovvertire il risultato nell’incontro di ritorno, contando sul sostegno del pubblico palermitano, che abitualmente stipava la palestra di Villa Gallidoro. Così non avvenne: la  Lazio si dimostrò più forte e per l’ottava volta consecutiva la pallavolo maschile palermitana mancò la promozione. Anche la squadra di Pippo Arrigo era ripetente, per così dire. Era successo l’anno prima, quando il colpaccio della serie A era riuscito all’ “Esercito Napoli”, che però non riuscì ad evitare una rapida retrocessione  

Il significato della sfida tra le squadre di Roma e di Palermo, col terzo incomodo napoletano, non si riduceva tuttavia al dato storico e statistico. Si trattava invece di pensare seriamente a come ridefinire ed estendere i confini della grande pallavolo, fino allora dondolante nel recinto tosco-emiliano-romagnolo, con pigre escursioni nel Nord ovest e nel Nord est della Penisola. Le squadre di Roma, di Napoli e di Palermo erano certamente di buona qualità e vantavano illustri precedenti e giocatori e allenatori di vaglia. E Fabio Rocca era tra questi. Ma questo non bastava a ridisegnare il perimetro della migliore pallavolo nazionale, che non valicava verso sud il 43° parallelo, quello che corre lungo i binari di Santa Maria Novella. Dai vivai delle squadre romane (in particolare Lazio, Ostia e Vigili del Fuoco “Brunetti”) uscivano atleti di indubbio talento,  presto destinati ad emigrare verso squadre del Nord (si pensi ad Erasmo Salemme, diventato giocatore di punta della Ruini di Firenze e per 231 volte della nazionale italiana).Ma questo non bastava. Erano necessari innesti di risorse umane e materiali per poter competere con le società toscane ed emiliane.

Nella S.S. Lazio questo processo di rinnovamento iniziò  nella seconda metà degli anni Sessanta, grazie a Piero e Pippo Arrigo, sostenuti da presidenti lungimiranti come Gian Casoni, che favorirono il rafforzamento di un gruppo di giocatori di buon livello, fatto di giovani e di veterani della Lazio, mano a mano arricchito con elementi più esperti, provenienti da altre società romane, come Riccardo Di Lauro, e da atleti che giungevano a Roma per motivi di studio o di lavoro, come Carmelo Pittera, in un primo tempo, e poi Marco Gay, che vantava presenze in nazionale sin da ragazzo. Al successo del progetto contribuirono in modo significativo l’arrivo di Carlo Devoti nel 1967 e quello di Jaroslav Frundl ne 1968. Questi era un atleta di classe genuina, espressione di quella scuola boema che verso la fine degli anni Sessanta fu chiamata a fecondare il gioco italiano; giova ricordare fra tutti Josef Kozak, allenatore della Nazionale italiana dal 1967 al 1969 (ma ancor prima giocatore campione d’Europa nel 1955 e nel 1958, e campione del  mondo nel 1956) e, per la gloria della Panini Modena, Josef Musil, monumento della pallavolo mondiale, incluso nel 2004 nella Volleyball Hall of Fame.  

Sempre nel 1968 giunse in Italia un altro boemo destinato a più note glorie sportive, cioè Zdenek Zeman, che raggiunse lo zio Cestmir Vycpalek a Mondello, dove questi abitava da anni. Prima di appassionarsi al calcio Zeman visse una breve esperienza di pallavolo come giocatore e allenatore della U.S. Palermo. Lì, a Mondello, trascorse la stagione siciliana dei tornei all’aperto, nel mezzo dell’estate praghese oscurata dall’invasione dei carri armati sovietici,

L’incontro con Carlo Devoti. Nella primavera del 1967, Italo Malchiodi ed io incontrammo Carlo all’Università di Roma “La Sapienza”, mentre si allenava su un campo all’aperto di pallacanestro adattabile con paletti e rete al “giuoco della pallavolo”. Il campo si trovava di fronte ai vecchi locali del Cus Roma, consistenti in “casermette” (poi ingoiate da moderni uffici amministrativi) di fattura così austera ed essenziale, per usare un eufemismo, da umiliare i luoghi di allenamento celebrati da Arnold Schwarzenegger nel film Pumping Iron.  Passavano di là atleti che facevano del Cus Roma una delle società sportive più forti d’Italia, in particolare nel rugby e nell’atletica, sezione quest’ultima presente in passate edizioni di campionati europei e di giochi olimpici, e che in quel fatidico 1968 sarebbe stata attiva interprete anche alle Olimpiadi di Città del Messico, con quattro campioni del calibro di Gianni Del Buono, Roberto Frinolli, Umberto Risi e Giuseppe Gentile

Con Italo c’eravamo dati appuntamento all’Università per allenarci con la nostra squadra di Giurisprudenza, che partecipava al torneo di Pallavolo del Cus Roma. Anche Carlo stava lì per lo stesso motivo, essendo iscritto al torneo con la squadra della Scuola dello Sport. Ingannava l’attesa schiacciando il pallone nel canestro con lievi balzi. Ci disse che praticava il decathlon, oltre che la pallavolo. E non stentammo a credergli. Invitammo Carlo a partecipare agli allenamenti della Lazio. Lui aderì volentieri, e poi entrò a far parte della squadra.

È stato importante il contributo di Carlo Devoti alla crescita della Pallavolo romana di quegli anni. Aiutava i compagni a migliorarsi anche sul piano della preparazione fisica grazie alla sua formazione di atleta completo e alla sua sensibilità di autentico Maestro, non solo dello Sport. La sua intesa con l’allenatore e i compagni, in particolare con Frundl, di cui assorbiva preziosi consigli sulla tecnica del muro, fu determinante per i successi della Lazio nel girone di andata del Campionato di serie A, stagione 1968/1969. 

Il Campionato di serie A. Nel campionato 68/69, la S.S. Lazio Pallavolo divenne “Buscaglione Roma Club”, avendo quest’ultima acquisito i diritti dalla Lazio. La Buscaglione aveva i suoi punti di forza negli atleti che avevano portato la squadra in serie A (Carlo Devoti, Marco Gay, Riccardo Di Lauro, Marcello Ercole, Antonio Vacca Maggiolini, Italo Malchiodi, Bruno Montanari, Franco Barbieri e pochi altri). Questo gruppo venne integrato da Marco Ferri e, come detto, da Jaroslav Frundl, senza dimenticare Stefano Bagnoli, che come tanti di noi veniva dal robusto vivaio del Liceo Tasso, e un discreto numero di giovani “panchinari”. Le buone aspettative della squadra trovarono conferma negli incontri amichevoli di precampionato, in cui la squadra di Pippo Arrigo superò la Ruini di Firenze, campione d’Italia. Qualche mese dopo, in una partita di campionato la Buscaglione batté la Panini Modena con un secco 3-0, guadagnando addirittura un set per 15 a 0. Ma nel girone di ritorno furono prima gli infortuni di Marco Gay e Riccardo Di Lauro a rallentare la corsa della Buscaglione, che si fece più ardua con la partenza di Frundl per l’Australia, anche per l’aggravarsi della crisi politica in Cecoslovacchia. Altre defezioni e problemi inattesi determinarono la retrocessione della Buscaglione in Serie B per soli due punti, malgrado l’impegno profuso dai giocatori e dall’allenatore.

Il film sulla pallavolo. Durante il campionato, la Buscaglione fu chiamata a collaborare ad un film di carattere divulgativo sulla pallavolo, ideato e diretto da Ivan Trinajstic, allenatore della Nazionale italiana.  Le prime scene furono girate nella bella palestra dell’Acqua Acetosa di Roma, frequentata dagli allievi della Scuola dello Sport. Ci impegnammo tutti ad eseguire perfetti fondamentali e giochi individuali e di gruppo sotto l’occhio esperto di Trinajstic; la settimana seguente animammo una partita nel grande Palazzo dello Sport dell’Eur (oggi Palalottomatica). Il film riuscì bene. Trinajstic si congratulò vivamente con tutti noi attori in pantaloncini, che ricevemmo una lettera di ringraziamento dall’allora Segretario generale della Fipav.   

Era il 1968. Le sfide infinite. Oltre la rete. La fase finale del campionato 67/68 e quella iniziale del 68/69 si svolsero in un contesto di mutamenti sociali e culturali senza precedenti nel dopoguerra, e tali da incidere profondamente nel mondo stesso dello sport. Argomenti per le nostre conversazioni durante le lente trasferte in treno li forniva giorno per giorno la storia, che si snodava come un lungo binario su cui correvano i nostri sabati di campionato. Così, se taluno iniziava a commentare i successi di squadre e atleti italiani in varie discipline, a deviare la nostra attenzione erano più importanti fatti sociali e politici, la cui eco non accenna a spegnersi.

La primavera del nostro successo pallavolistico fu coeva alle contestazioni del mondo giovanile in varie parti della Terra. La più alta delle manifestazioni di protesta fu la rivolta studentesca in Cecoslovacchia, iniziata nel gennaio del 1968 e culminata il 22 marzo con le dimissioni di Novotný dalla presidenza e la sua sostituzione con Svoboda, che dette il consenso alla breve stagione di riforme politiche nota come “Primavera di Praga”. Venne quindi eletto a capo del Partito comunista Dubček, il cui nome resta legato agli otto mesi di riforme democratiche: a fine marzo 1968 la censura era di fatto scomparsa e i media cominciavano a trattare liberamente argomenti fino a poco prima vietati. Anche le Università italiane furono interessate dalle contestazioni dei giovani. Il 1° marzo del 1968 ci furono gli scontri di Valle Giulia, a Roma, sotto la Facoltà di Architettura, riletti criticamente da Pasolini. Nel mese di maggio seguì l’occupazione di molte Università italiane, all’unisono con quanto avveniva in Francia. Il 4 aprile del 1968, poche settimane prima della nostra promozione in serie A, venne assassinato a Memphis Martin Luther King. Il 5 giugno, la notizia della vittoria dell’Italia contro la Yugoslavia nella prima partita di finale del campionato europeo di calcio, perse ogni senso di fronte alla tragica notizia dell’assassinio di Bob Kennedy a Los Angeles, mentre si accingeva a festeggiare la vittoria elettorale nelle primarie della California. Anche l’estate della nostra preparazione al campionato di serie A, che comprendeva tornei estivi e incontri “amichevoli” non fu avara di fatti politici direttamente interessanti il mondo dello sport e tali da mutare radicalmente la nostra percezione delle loro conseguenze sulla “vita degli altri”. Ci colpì profondamente, come studenti e come sportivi, l’invasione dei carri armati sovietici a Praga, il 20 agosto del 1968. Con gli anni, e con colpevole ritardo, è stata celebrata la grandezza di Emil Zátopek, vincitore di quattro medaglie d’oro e una d’argento nel gare di fondo e mezzofondo alle Olimpiadi, il quale si prodigò a portare messaggi nella città invasa. Con la restaurazione, Zatopek venne rimosso da ogni incarico e costretto a lavorare in una miniera di uranio. Morì a Praga dopo una lunga malattia, a settantotto anni. Altri atleti cechi che si trovavano all’estero in quella fredda estate decisero di non tornare in Patria. Come il nostro compagno di squadra Frundl, che in una piovosa sera romana lasciò cautamente l’Italia per recarsi con la moglie nella più sicura e lontana Australia.

Nell’autunno del 1968, mentre iniziava il girone di andata del campionato di serie A, le riprese televisive dei giochi olimpici di Città del Messico ci consegnarono immagini di prestazioni di eccellenza di atleti italiani a noi cari, ma anche testimonianze di clamorose manifestazioni di protesta politica di atleti straordinari, successive alle violente repressioni delle manifestazioni degli studenti messicani, che la nostra memoria ha forse inconsciamente, ma forse no, saldato tra loro, e non solo perché ebbero luogo lo stesso giorno e nello stesso stadio. Rivisti oggi, i filmati del 16 ottobre 1968 mostrano da un lato Giuseppe Gentile, che nella pedana del salto triplo migliora una prima volta il record del mondo, e poco distante, sul podio della premiazione dei 200 metri, Tommie Smith e John Carlos che a piedi scalzi (segno di povertà), a testa bassa e portando una collanina di piccole pietre al collo (“ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato”), levano in alto i pugni guantati di nero (simbolo del black power). Il giorno seguente Gentile migliora una seconda volta il primato del mondo, per perderlo subito dopo, risultando infine terzo. Lo stesso giorno comincia l’emarginazione di Tommie Smith e John Carlos, che vengono cacciati dal villaggio olimpico e iniziano la loro vita difficile: uno camperà lavando auto, l’altro come scaricatore al porto di New York e come buttafuori ad Harlem. Essi verranno riabilitati solo molti anni dopo.

Per anni, frequentando i rinnovati locali del Cus Roma, ho avuto occasione di osservare, affissi sulle pareti e vicini tra loro, il poster che raffigura Giuseppe Gentile in volo sulla pedana olimpica e il poster che immortala i neri pugni alzati nei cieli alti del Messico. Queste due icone dello sport olimpico rendono entrambe ancor oggi il senso della gara infinita e della sfida senza tempo, libera da pregiudizi d’ogni impronta e colore e da condizionamenti di mercato. Quel senso di apertura e di rispetto per libertà, molti di noi impararono a conoscerlo in quel 1968 fatto di buona pallavolo e di importanti incontri, senza esser mai divisi da una rete. Nel perimetro valicabile del campo. Per un gioco infinito. Oltre la rete.