
Foto aerea del quartiere San Lorenzo durante il bombardamento del 19 luglio 1943
1.Il 19 luglio 1943, appena nove giorni dopo lo sbarco in Sicilia, da una base del Nord Africa 500 aerei alleati si alzano in volo per una missione importante: bombardare Roma. Su una mappa della città, con la scritta “must not be bombed”, sono segnalati i monumenti da salvaguardare: Pantheon, chiese, ospedali.
Gli aerei sorvolano la Capitale e la bombardano. Lo speaker americano annuncia che viene colpito al cuore lo snodo ferroviario di Roma Termini; ma gli ordigni cadono su un’area molto vasta della città, comprendente i quartieri di Tiburtino, Prenestino, Casilino, Labicano, Tuscolano e Nomentano, causando più di 1.500 morti, per la maggior parte civili, 11.000 feriti, 10.000 case distrutte e inagibili, 40.000 senza tetto.
Al termine dell’azione il presidente degli Stati Uniti F.D. Roosevelt spiega che con lo sbarco in Sicilia e il bombardamento di Roma è iniziata la fine del regime fascista.
Roosevelt aveva ragione: lo scalpore suscitato dal bombardamento fu enorme e le conseguenze, militari e politiche, anche: il 25 luglio, trascorsi soli 15 giorni dallo sbarco alleato in Sicilia e 6 dal bombardamento di Roma, il Gran Consiglio del Fascismo votò l’ordine del giorno Grandi e con esso la destituzione di Mussolini.
Il 13 agosto la città eterna viene nuovamente colpita dai bombardieri alleati. Il giorno successivo il governo Badoglio, con l’intermediazione della Santa Sede e il canale diplomatico dei paesi neutrali, Svizzera e Portogallo, comunica ai governi di Londra e Washington che Roma sarà considerata “città aperta”.
Il Comando Supremo italiano ordinò immediatamente alle batterie antiaeree della zona di Roma di non reagire in nessun modo in caso di passaggio aereo nemico sulla città e si impegnò a trasferire gli stabilimenti militari e le fabbriche di armi e munizioni e a non utilizzare il nodo ferroviario romano per scopi militari, né di smistamento, né di carico o scarico, né di deposito.
2. Il 14 agosto 1943 Il governo Badoglio proclama dunque, ufficialmente e unilateralmente, Roma “città aperta”. Questa formula, destinata a entrare nella storia e, appena due anni più tardi, anche nella storia del cinema grazie al capolavoro di Roberto Rossellini, significa che la città non viene dotata di mezzi difensivi o offensivi e che per tali ragioni deve essere risparmiata dai bombardamenti o da azioni belliche.
Definire una città “aperta” significa, almeno teoricamente, rinunciare alla sua difesa militare per preservare popolazione, monumenti e patrimonio storico dalla distruzione.
Per Roma, però, la realtà sarà diversa.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre arrivano l’occupazione tedesca, i rastrellamenti, via Tasso, la deportazione degli ebrei romani, le Fosse Ardeatine e nove mesi di paura, fame e violenza.
Il 14 agosto 1943, dunque, Roma viene dichiarata unilateralmente “Città Aperta”.
Il Comando Supremo italiano ordina immediatamente alle batterie antiaeree della zona di Roma di non reagire in nessun modo in caso di passaggio aereo nemico sulla città; comanda poi lo spostamento di sede dei comandi italiani e tedeschi e delle rispettive truppe; si impegna a trasferire gli stabilimenti militari e le fabbriche di armi e munizioni e a non utilizzare i nodi ferroviari cittadini per scopi militari, né di smistamento, né di carico o scarico, né di deposito.
Mentre l’Italia smilitarizza effettivamente la città, la Germania ignora qualsiasi impegno al riguardo.
I governi alleati perciò ignorano la dichiarazione unilaterale e si riservano “piena libertà di azione nei riguardi di Roma” che infatti, prima della sua liberazione, avvenuta il 4 giugno 1944, viene bombardata altre 51 volte.
L’ultima incursione, il 3 maggio 1944, colpisce quartieri della Magliana e del Quadraro.
Di lì a un mese, nella notte tra il 4 e il 5 giugno, Roma viene liberata.
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