70° anniversario della Conferenza di Messina. Il contributo di Gaetano Martino.

A cura di Gianni Arrigo

Nel mese di giugno del 1955 si svolse a Messina (e a Taormina) la Conferenza dei Ministri degli Esteri della Comunità europea del carbone e acciaio (CECA) -convocata dal Ministro degli Esteri italiano Gaetano Martino- con la quale ebbe inizio la procedura che condusse alla firma, a Roma il 25 marzo 1957, dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea (CEE) e della Comunità europea per l’energia atomica (Euratom).  

Il settantesimo anniversario della Conferenza di Messina offre l’occasione per ricordare l’importanza di quell’evento e il contributo di Gaetano Martino al processo di integrazione europea[1].  

All’indomani della sconfitta del progetto per l’istituzione della Comunità Europea di Difesa[2], Gaetano Martino, nominato da pochi giorni Ministro degli esteri (settembre 1954), seppe opporre alla delusione ed allo scetticismo di molti europeisti la proposta di rilanciare immediatamente la costruzione di uno spazio europeo.

In un intervento del 1965 al Parlamento Europeo, rievocando la scelta fondamentale assunta a Messina dieci anni prima per definire nuovi strumenti che ampliassero l’edificio comunitario, Martino precisò che quella scelta non “avrebbe dovuto far scemare o cessare il nostro comune impegno di raggiungere il fine della completa unità economico-politica dell’Europa”.

Di seguito riportiamo alcuni brani del cit. intervento al Parlamento europeo, tratti dalla raccolta di discorsi di Gaetano Martino pronunziati in seduta plenaria[3].

“La Conferenza di Messina e l’Unione politica dell’Europa (discorso pronunciato il 19 gennaio 1965)[4]”.

“Mi pare che sia giunto per noi il momento, in vista dei prossimi auspicabili sviluppi del nostro processo unitario, di ribadire alcuni principi fondamentali ed essenziali i quali presiedettero alla sua vera origine, e cioè agli accordi della conferenza di Messina ed alla redazione dei Trattati di Roma.

Ciò mi sembra indispensabile, anche se – com’è stato convenuto – l’esame degli aspetti, dirò così, tecnici della costruzione politica dell’Europa dovrà essere riservato alla più approfondita e più ampia discussione che avrà luogo nella sessione del mese di marzo.

La creazione delle due nuove Comunità, decisa appunto nel corso della conferenza di Messina, parve allora che non potesse essere valutata sul piano della pura azione economica o su quello della pura azione politica. Un’Europa che si unificava economicamente, ovvero tendeva ad unificarsi mercé le anzidette Comunità, compiva con ciò stesso un’operazione squisitamente politica, così per la sua natura come per i suoi effetti. Sembrava chiaro che quella operazione dovesse essere valutata nel suo contesto storico e cioè in rapporto ai risultati che la ricerca dell’unità di una certa parte dell’antico continente, iniziata nell’immediato dopoguerra, era stata capace di dare sino ad allora. Orbene, mentre la ricerca dell’unificazione politica si era dimostrata sterile, la cooperazione economica attraverso la Comunità carbosiderurgica era stata costruttiva e feconda di frutti. Ecco perché, quando, dopo il fallimento innanzi al Parlamento francese, nell’estate del 1954, dell’ardito e generoso progetto della C.E.D., lo scetticismo e la delusione erano dilagati in Europa, i Ministri degli esteri dei nostri sei paesi riuniti nella conferenza di Messina convennero sulla necessità di apprestare nuovi strumenti di unità puntando soprattutto sull’ampliamento, in senso orizzontale, di quella unificazione economica che si era dimostrata più ricca di benefici risultati. Ma non perciò avrebbe dovuto scemare o cessare il nostro comune impegno di raggiungere il fine della completa unità economico-politica dell’Europa. L’unità economica veniva da noi concepita non come fine a se stessa ma come mezzo che la particolare situazione politica in quella fase storica suggeriva di prescegliere per portare innanzi l’intero processo integrativo dell’Europa, nel suo duplice profilo economico e politico. Ecco perché nei Trattati di Roma vennero incluse numerose norme di natura squisitamente politica che avrebbero dovuto consentire lo sviluppo politico delle Comunità, parallelamente a quello economico, o il rapido trasferimento dell’azione unitaria dal piano economico a quello politico.

Un altro principio essenziale degli accordi di Messina riguardava il carattere aperto e non chiuso delle nuove Comunità. Tutti coloro che avevano discusso lungamente sulle linee generali degli accordi e che poi, in due anni di duro lavoro, avevano atteso alla redazione dei Trattati, erano d’accordo e fermamente convinti che, una volta tradotta nella realtà istituzionale, la nuova Comunità europea non avrebbe mai potuto restare isolata qualora avesse voluto sopravvivere e progredire. La piccola Europa non era isolabile, nel 66 loro pensiero, né dalla grande Europa né dall’Alleanza atlantica, così come non era isolabile da quella parte dell’Africa a cui essa aveva impresso l’impulso di una vita più attiva e progredita. Perciò, mentre lo stesso comunicato finale della conferenza di Messina conteneva un formale invito ed esprimeva una precisa speranza per l’adesione britannica alle Comunità che dovevano nascere dai Trattati, fu prevista fin d’allora l’associazione dei territori e paesi d’oltremare. Non vi è alcun dubbio che le due nuove Comunità create dai Trattati di Roma siano sorte come Comunità completamente aperte verso l’esterno.

Un terzo principio, affermato a Messina, concerneva l’effettiva natura delle due nuove Comunità, riassuntivamente definibili e definite come Mercato comune. Desidero sottolineare che il Mercato comune era stato concepito e progettato come un grande atto di fede nella libertà: libertà in quanto ideale, libertà in quanto metodo di vita. Il Mercato comune volle essere, insomma, un atto responsabile di coraggio e di chiaroveggenza inteso ad instaurare, su di un’area più vasta, l’uso dei congegni a cui si deve il prodigioso incremento dei mezzi di vita e di benessere nel mondo moderno.

Questi, dunque, gli essenziali principi ispiratori dei Trattati firmati a Roma in Campidoglio il 25 marzo 1957 […]”.


[1]. Si v. Gaetano MARTINO, “Dieci anni al Parlamento europeo (1957-1967). Un uomo di scienza al servizio dell’Europa. Discorsi pronunziati in seduta plenaria”. Serie Politica, Parlamento europeo, Lussemburgo. 2001.

[2] Per una ricostruzione di questa fase del processo di integrazione europea mi sia consentito citare il mio “Diritto del lavoro dell’Unione europea”, PM Edizioni, 2018, p.20 e s.  

[3] Gaetano MARTINO, op. cit., p. 65 e s.